Mercoledì 17 Ottobre 2012 21:01

Quando la coppia diventa famiglia iniziano i problemi

di Davide Sacchelli


Quando la coppia diventa famiglia iniziano i problemi

 

E’ alla nascita del primo figlio che generalmente si inizia a parlare di famiglia. La coppia, in seguito a questo evento straordinario, diventa famiglia e da ora in poi verrà pressoché “assorbita” entro il gruppo famigliare che va costituendosi. Se durante l’esistenza della sola coppia i due partner hanno dovuto affrontare un numero limitato di problemi organizzativi, con la costituzione del nucleo familiare e l’arrivo di una nuova vita, la complessità organizzativa aumenta a dismisura arrivando, in qualche caso, a soverchiare completamente i due neo-genitori. Laddove c’erano le cene romantiche, le uscite serali e le vacanze relax, adesso ci sono le notti insonni, i pannolini sporchi e le malattie esantematiche.

 

Si pone immediatamente un problema di ruoli: che cosa deve fare una mamma e che cosa una papà? Spesso la tendenza a dare le cose per scontate è motivo di grandi incomprensioni. Spesso, in effetti, l’arrivo del primo figlio coincide, anche per coppie molto affiatate, con l’inizio di una crisi dalla quale (in alcuni casi) non si riesce più ad uscire. Pare addirittura che l’arrivo del primo figlio sia uno degli eventi maggiormente connessi, in senso statistico, con le separazioni e i divorzi. Proviamo a capire come mai.

Con il passaggio dalla dimensione della coppia a quella della famiglia, ciascuno dei due partner inizia a mettere in atto comportamenti coerenti con il ruolo genitoriale così com’è immaginato; ciascuno dei due fa il genitore come crede di doverlo fare, molto spesso dando per scontato che quell’idea sia assolutamente condivisa dal partner e che, naturalmente, sia la migliore idea dell’universo. E così, nel frattempo rischiano di crescere lentamente ma inesorabilmente i vissuti di abbandono, il senso di solitudine, la rabbia e i giudizi di inadeguatezza rivolti al partner o anche a sé stessi.

L’idea di cosa debba fare un padre e cosa una madre pare strettamente legata, da un lato all’ambiente culturale di provenienza, dall’altro all’avere fatto esperienza dei nostri genitori, del loro modo di agire e di comportarsi quando siamo stati figli.
Due persone che provengano dalla stessa nazione, dalla stessa regione o addirittura dalla stessa città hanno probabilmente maggiori possibilità di assumere i ruoli genitoriali in maniera coerente ma non è affatto detto che queste due persone provengano da esperienze simili vissute entro la propria famiglia d’origine. Come dire “mogli e buoi dei paesi tuoi” ma non è detto che questo garantisca un lungo e felice sodalizio di coppia né, tanto meno, la possibilità di essere buoni genitori. Il concetto di cultura è inoltre di per sé un concetto contraddittorio; per ogni cultura dominante esistono cento, mille contro-culture o sotto-culture.

Per diverse migliaia di anni tuttavia, pare che gli uomini si siano occupati di procacciare il cibo andando a caccia; oggi quindi lavorano con l’intento di procacciarsi il denaro per acquistare il cibo. Tanto basta. Una volta esaurito questo compito l’uomo medio sente di avere assolto al proprio dovere e di avere svolto il proprio ruolo in modo egregio. Anche le donne, sebbene magari non la pensino così, attraverso il comportamento e in modo del tutto inconsapevole purtroppo tendono a confermare nei loro partner questa idea; portano e trasmettono questo tipo di valore anche ai figli. Sono pochissime in effetti le donne che accetterebbero un’inversione completa del ruolo tradizionale cioè di essere l’unica fonte di reddito della famiglia delegando completamente al marito o al compagno la gestione della casa e dei figli.

Non è un caso se un bravo marito molto spesso è un marito che “aiuta” sua moglie e questa visione delle cose è abitualmente (ma non sempre) condivisa da uomini e donne. Come dire che il compito è della donna ma l’uomo può, volendo, assumere un atteggiamento comprensivo. Non è un caso nemmeno se una brava moglie è spesso una donna che lavorando “contribuisce” al reddito mensile medio del nucleo familiare; senza tuttavia determinarlo. Tutto ciò crea aspettative troppo pesanti.

L’idea che una donna sia “naturalmente” anche una madre è un’idea nefasta condivisa sia dagli uomini che dalle donne proprio perché crescono e vivono entro lo stesso substrato culturale. Si assiste ad una sovrapposizione di senso tra la biologia e la psicologia: “se sei una donna, quindi una madre, sai come ci si comporta”. La prima conseguenza di questo pensiero è che gli uomini tendono a delegare alla donna tutti i compiti relativi alla gestione dei figli; a volte lasciano che sia la donna ad occuparsi di tutto perché vivono rispetto alla “competenza materna” una specie di senso di inferiorità e sono convinti che “lei sappia sempre ciò che è giusto fare”. La seconda conseguenza di questo pensiero concerne il senso di inadeguatezza e la vera disperazione che spesso le neo-mamme affrontano all’arrivo del primo figlio: “dovrei essere naturalmente una mamma ma mi sento un’incapace”, “dovrei desiderare di gestire mio figlio ma in realtà mi sta facendo impazzire, quindi sono una mamma orribile”, etc. Questi pensieri, intimamente legati all’assunzione improvvisa di enormi responsabilità e ad un senso di solitudine, sono spessissimo l’espressione principale di quel fenomeno comunemente conosciuto come depressione post-partum.

I modelli culturali costituiscono delle rappresentazioni di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; di ciò che è o non è desiderabile, ci aiutano cioè a orientarci rispetto ai nostri comportamenti e alle nostre scelte di vita offrendoci delle linee-guida di riferimento. Quando ci comportiamo in modo coerente con qualche tipo di modello culturale di riferimento ne ricaviamo un senso di adeguatezza, quando non lo facciamo corriamo il rischio di sentirci “sbagliati”.

L’emancipazione della donna, insieme alla ventata di rinnovamento portata dagli anni ’70, non è andata a sostituire l’approccio tradizionale alla famiglia ma sembra piuttosto essere andata a sovrapporsi a quest’ultimo. Ciò ha creato una grande confusione perché laddove sussistono modelli diversi che entrano in contraddizione nasce la necessità di effettuare delle scelte, di decidere da che parte stare. Gli uomini di solito non si sentono in questa posizione perché non sentono di dovere scegliere; la meravigliosa coerenza del loro ruolo molte volte esita in condotte rigide. Le donne, d’altra parte, si trovano dilaniate entro un fenomeno che in psicologia si chiama ‘doppio legame’. Si tratta di una condizione entro la quale qualunque scelta fatta è una scelta sbagliata e inoltre, non è possibile non scegliere. Qualunque scelta fatta avrà come conseguenza un senso di manchevolezza; che si scelga di non avere figli e inseguire un’affermazione professionale o che si scelga la via dell’essere mamma a tempo pieno (non lavorando), la conseguenza sarà comunque un senso di perdita o di inadeguatezza che, in molti casi, può precedere una perdita di autostima. Spesso quindi la donna media decide di svolgere il ruolo di mamma ma anche di occuparsi della casa ma anche di lavorare ma anche di essere moglie. Questa condizione tuttavia, dato che richiede energie fisiche e mentali spaventose, è spesso insostenibile e generatrice di stati di malessere, esaurimenti nervosi e, naturalmente, di crisi coniugali.

Nella maggior parte dei casi all’uomo manca davvero la possibilità di comprendere la contraddizione implicita nel ruolo femminile. Non si tratta, naturalmente, di un deficit cognitivo quanto piuttosto dell’impossibilità di vivere in prima persona questo tipo di esperienza. La conseguenza di ciò è che spesso una comprensione razionale non è seguita da una vera comprensione empatica.

Se si domanda ad un uomo il perché di una condizione di crisi successiva alla nascita di un figlio, molto spesso nella risposta si sentirà fare riferimento a perdita dell’equilibrio o della sanità mentale da parte della compagna: “E’ uscita di testa dopo la nascita di Marta”, “dopo l’arrivo di Filippo Anna non ha più voluto avere rapporti sessuali”, “ha iniziato ad occuparsi solo ed esclusivamente di suo figlio e io sono diventato per lei come un complemento d’arredo”. La maggior parte degli uomini non è nemmeno sfiorata dal pensiero che la propria compagna stia soffrendo per le conseguenze della maternità; la maggior parte delle donne si guardano bene dal dirglielo perché spesso vivono questa condizione come una loro vergognosa mancanza. La conseguenza di ciò è che l’uomo assiste ad un fenomeno incomprensibile che tenta di spiegare con gli elementi ed i significati dei quali dispone: “se la donna è naturalmente e biologicamente mamma, non può soffrire per le conseguenze della maternità; quindi forse è impazzita”. L’uomo medio non è costretto da un doppio legame, vive un ruolo apparentemente coerente, non rischia solitamente di perdere la propria autostima; in definitiva non è costretto, a differenza della donna, ad alcun cambiamento nel passaggio dal ruolo di individuo al ruolo di padre. A volte, inoltre, soffre a sua volta il senso di abbandono da parte della compagna e vive un grande carico di responsabilità e fatica per il fatto di doversi occupare del sostentamento economico della famiglia.

Questo tipo di situazione, naturalmente, può portare un grande carico di sofferenza per tutti, uomini, donne e bambini. In moltissimi casi, quando i due partner non giungono ad una separazione, iniziano però ad allontanarsi l’uno dall’altro sebbene magari vivano sotto allo stesso tetto. L’allontanamento tra i due genera ulteriori incomprensioni andando ad innescare un circolo vizioso che allontana sempre di più i genitori e mette via via i figli sempre più al centro dell’attenzione, iper-responsabilizzandoli.

Come uscire da questa situazione? Comunicando. Parlando senza vergogna al proprio partner delle proprie fatiche e delle proprie difficoltà. Ed emancipandosi. Prendendo un po’ le distanze da quello che ci sembra che gli altri si aspettino da noi e iniziando a domandarci più spesso: “che cosa desidero io?” Questa risposta è importante. Molto.

Davide Sacchelli, presidente di ASP - Associazione italiana Psicologi