Lunedì 01 Ottobre 2012 17:11

L'importanza per un bambino di poter esprimere se stesso

di Monica Fusco


L'importanza per un bambino di poter esprimere se stesso

 

 

 

Quello che a volte risulta difficile per un genitore è rispondere al bisogno del bambino di essere riconosciuto nella propria unicità, di essere cioè considerato come dotato di esigenze, desideri e punti di vista propri, separati quindi da quelli delle persone che lo circondano. Confondiamo quello che fa parte di noi con quello che appartiene all’altro quando ci lasciamo guidare in modo rigido dalla nostra personale visione del mondo, dalle nostre credenze su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, su ciò che è desiderabile oppure no. Finiamo così in modo semplicistico per credere che quello che giudichiamo valido per noi lo sia anche per le persone che ci stanno a cuore.

Facciamo qualche esempio: un’accentuata timidezza nel bambino può rappresentare una fonte di preoccupazione, soprattutto per un genitore che di contro investe molto sulla propria vita sociale. E’ possibile che nella sua mente la parola timidezza si associ a concetti come quelli di emarginazione, debolezza, infelicità. Il valore negativo attribuito a questa caratteristica potrebbe riflettersi nella tendenza da parte di mamma o papà ad assumere un atteggiamento che, invece di limitarsi ad incoraggiare il bambino nella direzione di una maggiore socializzazione, finisce per sconfinare nella critica. Il limite tra sollecitare e forzare, tra favorire il progresso e snaturare, è molto sottile e superarlo regolarmente equivale a trasmettere al bambino il messaggio “così non vai bene”. Ripetute frasi come “Guarda che non ti mangia nessuno!” oppure “Perché preferisci stare qui da solo? Lo vedi come si divertono gli altri bambini a giocare tutti insieme?” potrebbero far sentire il bambino non accettato per quello che è. E quella che viene interpretata come disapprovazione rappresenta per un bambino la punizione più grande che possa ricevere. Una caratteristica come la timidezza, che non costituisce di per sé un limite se non è vissuta come tale e che può evolvere in una forma che non sarà necessariamente di ostacolo alle relazioni, si trasforma così agli occhi del piccolo in un difetto da correggere o da sopportare con grande fatica.

Un altro esempio potrebbe riguardare l’espressione di affetti intensi come la rabbia. Ci sono famiglie in cui le manifestazioni di collera non sono ammesse, perché giudicate sconvenienti, disdicevoli, un affronto intollerabile alla persona. Un bambino che sfoga la propria rabbia sta comunicando un bisogno importante che è quello di affermazione della propria identità. Impedirgli di farlo in modo aprioristico significa anche in questo caso disconoscere una parte di lui che, se messa troppe volte a tacere, finisce col perdere vitalità. Il bambino che sa di provocare con i suoi atteggiamenti dispiacere o di recare offesa ai genitori, preferisce cominciare a sacrificare parti di sé piuttosto che rinunciare all’approvazione delle persone per lui più importanti, perché la paura è quella di perdere il loro amore e la loro protezione. L’autocontrollo che ne risulta sarebbe quindi frutto della compiacenza e non di un percorso di maturazione, che permetterebbe viceversa al bambino di imparare in modo spontaneo a regolare le proprie emozioni. Le reazioni dei bambini possono essere molto esplosive e sicuramente hanno bisogno di un contenimento, ma nel cercare di arginarle il genitore dovrebbe comunicare al bambino che l’emozione che sta provando è legittima. In questo modo è come se il genitore dicesse al figlio: “ho capito quello che mi vuoi dire, lo rispetto, ma non condivido il modo in cui lo stai esprimendo”.

Dunque accettare le manifestazioni del bambino e l’evitare di forzare la sua natura non significa certo rinunciare al proprio ruolo educativo. Quello che ho cercato di dire è che nel portare avanti le proprie scelte educative occorre sviluppare una consapevolezza circa quegli aspetti che, non riuscendo ad accettare in noi, rifiutiamo anche negli altri. E’ importante affinché il bambino non cerchi di assomigliare ad altri, trasformandosi così nella loro copia, e cresca sicuro di sapere sempre chi è e libero di essere se stesso.

Monica Fusco