Mercoledì 19 Settembre 2012 18:04

I genitori sono degli eroi e non dovrebbero nascondere dolori e paure

di Davide Sacchelli


I genitori sono degli eroi e non dovrebbero nascondere dolori e paure


Siamo davanti a scuola. La scena è tipica: genitori ammassati e sorridenti. Ma dietro agli sguardi gioviali si nascondono intere giornate di lavoro e fatica. Frustrazioni da traffico eccessivo, lunghi spostamenti in macchina o con i mezzi pubblici, case e vestiti che non smettono mai di sporcarsi e di richiedere interventi risolutivi. Dietro quei volti spesso si nascondono anche crisi di coppia, matrimoni allo sbando…

 


Mentre i bimbi escono, ogni mamma e ogni papà sa che dovrà pensare al resto del pomeriggio. A questo punto, infatti, quel che resta della giornata è dedicato al bambino. La merenda, i compiti, l’attività sportiva o il parco. Probabilmente bisognerà poi lavarlo, in seguito occuparsi della cena e via fino al momento della nanna. Del sonno. Della stanchezza.


Che cos’hanno da sorridere allora i genitori fuori dalle scuole?


Chi è stato a raccontare loro la storiella secondo la quale è indispensabile mostrare contentezza, non apparire stanchi e insomma mostrarsi “smart”, come dicono gli inglesi?


Nessuno lo dice ma c’è un dictat, una regola culturale alla quale tutti i genitori si adeguano e che potrebbe essere espressa così: “Devi essere contento di avere un figlio e di sacrificarti per lui. Se non sei contento di sacrificarti allora sei un cattivo genitore”.


Sembra incredibile ma spesso e volentieri è proprio in base a questo dictat che le mamme al primo figlio iniziano a soffrire del cosiddetto “esaurimento nervoso” o, se si vuole, di depressione post partum. Come? E’ facilissimo; ecco un pensiero molto comune che passa per la testa di molte mamme nei primi mesi dopo il parto: “Il bambino piange in continuazione, io non posso dormire, non ho più una vita e non capisco perché non smette; avrei voglia di addormentarlo passandolo sopra il gas oppure di lanciarlo giù dalla finestra”. Spesso le mamme più resistenti allo stillicidio del pianto, guardando il bambino, semplicemente si domandano: “Ma chi è questo?”


A questo punto subentra un enorme senso di colpa e arrivano i pensieri volti alla auto-flagellazione: “Se ho questi pensieri sono una madre indegna e sono orrenda; sono un’incapace e mio figlio non si merita questo. Non sono come tutte le altre mamme…”


Quasi mai capita che qualcuno dica a queste mamme: “Hei, guarda che quella storiella del dovere essere felici di sacrificarsi è una fola! Si tratta di un piccolo scherzetto culturale ma ci caschiamo quasi tutti!” Ma sappiamo bene com’è il pensiero comune; sappiamo bene cosa si muove nella testa della gente. E’ il solito dictat che ci dice che dobbiamo gioire del fatto di sacrificarci.


La verità è che siamo enormemente spaventati dal giudizio degli altri. Tendiamo a pensare che gli altri siano meglio, siano ad esempio più felici di privarsi del loro tempo, sentano meno la fatica, abbiano figli meno importuni, mariti (o mogli) più presenti.


Non volendo essere giudicate per ciò che temono di essere, le persone fuori dalla scuola sorridono, si mostrano serene… ogni mamma è un po’ più mamma e ogni papà è un po’ più papà all’uscita dei figli da scuola. Come dire? “L’erba del vicino è sempre più verde ma è meglio non darglielo a vedere…”


Quanto mi piacerebbe se tutti potessero semplicemente dirsi la verità! Senza la paura costantemente presente di poter essere giudicati male… e con il coraggio di non giudicare sé stessi.
Che bello sarebbe se le persone si sentissero libere di chiedere aiuto senza provare vergogna per essersi mostrate deboli!
E vogliamo parlare di come sarebbe bello potere dire al proprio bambino semplicemente “sono stanca”? Chissà, magari questo ometto godrebbe di un’occasione per imparare a diventare più sensibile e più capace di accorgersi degli stati d’animo altrui…


Mi piacerebbe che le persone imparassero a esprimere il proprio disagio in modo più libero non sentendolo come una colpa, perché così potrebbero anche incomiciare a riconoscere il proprio valore. Il valore di potere dire che stare al mondo è faticoso ed essere genitore lo è forse anche di più. Il valore di accettare tuttavia la sfida con la consapevolezza di non essere soli. Il valore di riconoscere che gli altri sono uguali a te, vivono le stesse cose, provano le stesse paure, credono nelle stesse verità.


E una di quelle verità è che quelle persone fuori dalla scuola, con tutto il loro carico di fatica, sono degli eroi. E secondo me, gli eroi non hanno bisogno di nascondere né il loro dolore né la loro paura.


Davide Sacchelli, psicologo e psicoterapeuta