Errore
  • JUser::_load: Unable to load user with id: 115
Lunedì 06 Febbraio 2012 14:40

L'intervento psicologico coatto nei Servizi di Tutela dell'Infanzia

L'intervento psicologico coatto nei Servizi di Tutela dell'Infanzia

di Davide Sacchelli

Per intervento psicologico coatto si intende generalmente un lavoro di presa in carico psicologica dove il destinatario dell’intervento non sceglie spontaneamente di incontrare lo psicologo ma è obbligato a farlo a causa della presenza di un atto dell’Autorità Giudiziaria che prescrive tale incontro. Nell’ambito dei servizi di tutela dell’infanzia,  le persone che si trovano a dovere incontrare lo psicologo, perché obbligate, sono generalmente genitori sottoposti a procedimenti da parte dell’Autorità Giudiziaria, procedimenti messi in atto dal Tribunale Ordinario o, più spesso, dal Tribunale per i Minorenni.

Spesso  anche  i bambini o i ragazzi appartenenti al nucleo familiare incontrano lo psicologo come destinatari di interventi d’aiuto o di valutazione; ciò accade quando sussiste la necessità, secondo il Giudice, di capire quale sia lo stato di salute psichica degli stessi o quando è loro necessario un supporto per superare un momento di difficoltà. Un’altra categoria di persone che accedono all’intervento psicologico coatto sono i minori autori di reato.

Lo Psicologo che lavora nei servizi per la tutela dell’infanzia (servizi tutela minori) opera generalmente in un ambiente multiprofessionale, a stretto contatto con l’assistente sociale e spesso in collaborazione con una equipe educativa.  
L’equipe di lavoro interviene sui casi di abuso sessuale su minorenni, di maltrattamento fisico o psicologico, di incuria o grave trascuratezza, di abbandono del minore, interviene cioè in tutte quelle situazioni nelle quali al minore non è offerta la possibilità di crescere in un ambiente sufficientemente sano e di potere usufruire delle stesse opportunità di tutti gli altri bambini.  Interviene anche in quelle situazioni rispetto alle quali l’Autorità Giudiziaria intende verificare che sussistano i requisiti minimi di sanità dell’ambiente familiare.

La logica esplicativa che sta dietro i servizi di tutela dell’infanzia e i Tribunali per i minorenni è che uno stato di sofferenza o inadeguatezza fisica o psicologica in un bambino è sempre collegato al malfunzionamento dell’ambiente circostante. La parola maltrattamento è quindi intesa come applicazione di un metodo educativo (o relativo all’allevamento dei figli) non sufficientemente buono ovvero nel senso di “mal-trattamento” inteso come pratica opposta al “buon-trattamento”.

Va da sé che, quando si parla di maltrattamento fisico o abuso sessuale,  si sta parlando di qualcosa di molto concreto e poco discutibile; nella categoria del mal-trattamento psicologico invece, si includono un gran numero di situazioni (senz’altro la maggior parte) caratterizzate da un tipo di violenza indiretta ma spesso eccezionalmente dannosa in quanto il bambino viene coinvolto come soggetto passivo: padri che picchiano le madri,  abusi sessuali tra adulti, omicidi e violenza, tossicodipendenza o alcoldipendenza di uno o entrambi i genitori, problemi psichiatrici di uno o entrambi i genitori, separazioni conflittuali nelle quali il bambino viene continuamente coinvolto e sottoposto a pesantissimi conflitti di lealtà verso i genitori.

Possono essere considerate forme di mal-trattamento psicologico anche una stimolazione insufficiente del bambino o una stimolazione eccessiva, l’incuria dovuta a disinteresse da parte de caregiver o un grado eccessivo di cure e attenzioni che possono soffocare il bisogno di autonomia del piccolo.

Tutte queste situazioni sono intese come eventi sfavorevoli rispetto alla crescita equilibrata del bambino che possono generare forme di disadattamento nonché sofferenza psichica.

Nella maggior parte dei casi non si tratta di eventi che fanno notizia;  generalmente i casi di mal-trattamento psicologico non arrivano alla televisione e quindi, di solito, si tende ad ignorarne l’esistenza. In ogni territorio tuttavia, esiste un numero consistente di casi, non  necessariamente estremi, rispetto ai quali è stato attivato il Servizio Tutela Minori del Comune di riferimento o il Tribunale. A volte accade che la notizia arrivi ai mass media nella forma di un abuso di potere esercitato dal Servizio Sociale verso una famiglia che subisce l’intervento ingiusto dell’autorità. Di solito i casi che fanno maggiore scalpore e suscitano maggiore indignazione sono i casi di allontanamento coatto del minore dal nucleo familiare e il loro inserimento in strutture di accoglienza, le comunità.  In questi casi si crea un vero e proprio conflitto di significati tra il cosiddetto “buon senso” che tende ad affermare che genitori e figli non debbano mai essere separati e l’idea dell’operatore sociale che agisce pensando di salvare una vita attraverso quell’atto che nel gergo tecnico viene detto “messa in protezione”.

Ciò che viene chiesto allo Psicologo da parte dell’Autorità Giudiziaria è in genere di svolgere un lavoro (coatto) di valutazione, di sostegno o di monitoraggio con il nucleo familiare e dato che il genitore o i genitori dei quali il Giudice sospetta l’inadeguatezza non arrivano spontaneamente in contatto con lo psicologo, i primi colloqui possono essere caratterizzati da aggressività, ingiurie, tentativi di manipolazione, negazione, rifiuto.

Le persone che arrivano al Servizio tutela generalmente provano rabbia e paura. Rabbia perché qualcuno ha deciso di mettersi in mezzo a quelle che spesso vengono concepite come faccende private; “i panni sporchi si lavano in famiglia”  - ogni psicologo che abbia lavorato in un servizio per la tutela dell’infanzia  ha sentito decine di volte questa frase  - e paura perché chi è incaricato di valutare e provvedere circa le vite altrui, fa paura.
In aggiunta a ciò va considerato che quello della genitorialità è un argomento delicato. Il timore di essere un cattivo genitore sta spesso alla base delle depressioni post-partum come un pensiero negato, rimosso dalla coscienza. L’idea di poter essere un cattivo genitore è un pensiero oltraggioso, un’onta  che genera vergogna. Così quasi nessun genitore è facilmente disponibile a mettersi in discussione. Nella maggior parte dei casi, per lo psicologo che lavora nella tutela, ottenere il riconoscimento da parte di un genitore di una propria difficoltà o debolezza è contemporaneamente un punto di arrivo e un punto di partenza. E’ un punto di arrivo perché quando si verifica questa magia spesso significa che, dopo un paziente lavoro di costruzione della relazione, la persona ha deciso di fidarsi dello psicologo; è un punto di partenza perché, una volta stabilito il rapporto con la persona, si tratta di iniziare a lavorare per risolvere il problema.

L’intervento coatto di per sé è impossibile per lo psicologo. Il lavoro psicologico, per essere fatto, richiede necessariamente fiducia reciproca; nessuno parlerebbe di sé con una persona sapendo che questa potrebbe usare quanto detto per agire contro di lui. Lo psicologo quindi deve operare per trasformare un accesso coatto in un incontro volontario. Spesso questo passaggio viene dato per scontato o, addirittura, viene omesso; spesso ciò accade perché gli operatori tendono ad effettuare valutazioni e diagnosi dell’altro dimenticandosi di includere sé stessi e il servizio al quale appartengono tra gli elementi diagnostici. A volte esiste un pregiudizio di neutralità del servizio, più spesso però mettersi in discussione viene vissuta dagli operatori come una pericolosa debolezza, in ambienti ove la forza d’animo, la determinazione e il coraggio sono ingredienti indispensabili per potere lavorare. 
Ancora, un elemento che in moltissimi casi impedisce agli operatori di prendere in considerazione il proprio impatto sulle persone è l’elemento duale definito dal binomio vittima-carnefice. Tutti gli elementi del contesto entro il quale si opera contribuiscono infatti a definire il bambino come vittima e il genitore come carnefice: la presenza del Tribunale, a volte la presenza delle Forze dell’Ordine, la presenza degli avvocati, il nome stesso del servizio entro il quale si opera, la parola “tutela” infatti racconta di qualcuno che va protetto da qualcun altro e di conseguenza implica, come un sillogismo, la presenza dell’aggressore.
Se il bambino è vittima e il genitore carnefice, l’operatore si ritrova naturalmente alleato con la vittima e rischia di diventare, in brevissimo tempo, un paladino della giustizia che difende i bambini dai “genitori cattivi”.

Si tratta di una deriva del lavoro di Tutela molto comprensibile e molto comune ma, di fatto,  se lo psicologo opera per difendere il bambino dai suoi genitori, non è possibile alcun tipo di lavoro psicologico. Perché l’intervento dello psicologo sia possibile, è necessario che tra lui e la persona presa in carico si crei una “relazione”, e una relazione non può essere evidentemente creata con un nemico, per lo meno non una relazione di fiducia.  Se lo psicologo appare al genitore come un tutore della legge o trasmette a quest’ultimo, in qualche modo, l’idea di una condanna,  non è possibile alcun tipo di lavoro psicologico, né di valutazione né tanto meno di sostegno. Il genitore infatti inizierà da subito a difendersi con ogni mezzo dal servizio perdendo ogni disponibilità al confronto e soprattutto alla messa in discussione di sé.

Proprio per evitare questa netta separazione dei ruoli che porta all’impossibilità di un’alleanza di lavoro tra lo psicologo e la persona incontrata, molti servizi di tutela minori, negli ultimi anni, hanno assunto una denominazione diversa che include le parole “integrato” e “famiglia”, ad indicare che l’intervento di aiuto non è rivolto solo al minore ma a tutto il nucleo familiare. Questo approccio deriva anche dalla ormai consolidata constatazione che, nel tempo, ogni vittima rischia di diventare a sua volta un carnefice, ogni bambino maltrattato può diventare da grande un maltrattante, ogni minore abusato ha potenzialmente maggiori probabilità, da adulto, di trovarsi a mettere in atto comportamenti abusanti.

La possibilità di un intervento psicologico nei servizi di tutela dell’infanzia passa spesso attraverso la necessità di riuscire a vedere il carnefice come una vittima e la contrapposizione tra vittima e carnefice come un ciclo ricorsivo che tende ad auto-rigenerarsi.
Il passaggio da un atteggiamento di condanna ad un sentimento di compassione, ove per compassione si intenda “moto dell’animo che ci fa sentire dispiacere o dolore de’ mali altrui, quasi li soffrissimo noi” (definizione tratta da dizionario etimologico) è spesso un atto molto difficile per lo psicologo che opera all’interno dei servizi di tutela minori.

Il grado di difficoltà pare strettamente legato alla percezione che lo psicologo ha della gravità o immoralità del comportamento del genitore verso il figlio. Se l’azione è giudicata poco grave, meno grave sarà la condanna operata dallo psicologo verso il genitore e maggiore la facilità di relazionarsi con lui in modo empatico. Una mamma maltrattata per esempio è spesso sentita come una vittima ed è spesso molto difficile, per chi se ne occupa, accorgersi delle sue responsabilità circa la mancata denuncia dei maltrattamenti del marito; tale omissione ha infatti permesso che il figlio rimanesse a sua volta esposto alla violenza subita.

Il grado di difficoltà ad entrare in relazione aumenta quando lo psicologo giudica molto grave o altamente immorale il comportamento del genitore. Non tutti gli psicologi infatti accettano di lavorare con una persona che ha messo in atto maltrattamenti fisici o abusi verso i propri figli o verso il partner. Non tutti gli psicologi  riescono a effettuare questa transizione dal sentimento di riprovazione alla comprensione empatica nonostante questo passaggio sia fondamentale per qualsiasi intervento a favore del bambino.

La possibilità di effettuare questa transizione dal giudizio alla comprensione empatica è l’elemento che permette allo psicologo di operare in un ambiente coatto; attraverso la creazione di una relazione infatti, l’obbligo può trasformarsi in richiesta spontanea e l’accesso imposto al servizio in una domanda di aiuto.

E’ tuttavia necessaria la capacità dello psicologo di orientare il proprio focus d’attenzione non sull’atto immorale ma sulla sofferenza del suo interlocutore, sul suo essere (a sua volta) vittima. Questa azione si avvicina molto a ciò che in psicologia è  conosciuto come “sospensione del giudizio”.

La  comprensione, si noti bene, non deve mai coincidere con l’approvazione. Riuscire a sentire la sofferenza di chi sbaglia o comprendere le difficoltà dell’altro non significa mai  giustificarlo. E forse è proprio la capacità di fare convivere dentro di sé queste due istanze apparentemente in contraddizione a permettere  che la relazione tra due persone, in un ambiente coatto, diventi una relazione generativa, una relazione capace di produrre cambiamento.

Se la convivenza di queste due istanze risulta possibile nello psicologo, infatti, il destinatario dell’intervento riuscirà a fidarsi del professionista non sentendolo come un nemico ma come un alleato; riuscirà inoltre a fidarsi di sé stesso e della propria capacità di scegliere una direzione differente da quella inadeguata percorsa fino a quel momento.

 Davide Sacchelli

Ultima modifica Martedì 07 Febbraio 2012 17:39